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Antonino Addotta

Straordinario, commovente travolgente, unico, grande, et voilà! Nino, per tutti Patata.

Nacque sordo e con un grosso naso attaccato nel mezzo del viso, da cui il nomignolo. La madre, precocemente vedova, lo internò da bambino in un istituto per audiolesi. Gli educatori, notando la buona manualità, lo avviarono, ironia della sorte, alla legatoria, a confezionare con eleganza parole scritte che non seppe mai pronunciare, ma che tracciarono indissolubilmente il percorso della sua vita.

Divenne anche cuoco, un bravo cuoco, alternava il suo tempo tra ingredienti e versi, tra piatti e pergamene. Un fatidico giorno, venne invitato a trascorrere l’estate dalla sorella Michela, rimasta sola con i figli dopo l’emigrazione del marito.

In quel periodo, sviluppò per i nipoti un sentimento protettivo e liberò quel fanciullino che albergava nella sua anima. Non fece più ritorno in istituto. Adorava quei bambini, Giuseppina, Calogero e Francesca furono per lui sempre ” i suoi picciriddi” anche quando divennero adulti.

E cosa non fece per renderli felici! Costruiva giocattoli con ogni sorta di materiale di scarto, s’improvvisava musicista, pur privo di strumenti e mestiere, organizzava fanfare, facendosi rincorrere da loro. In quella dimora c’era festa! Tutti a seguirlo, nella sua perenne brama di inventarsi e reinventarsi, sempre nuovo, sempre diverso. Da grande mimo, si esibiva travestito tra farse e macchiette, sbucando dalle tende, ora trasformate in sipari. I vicini andavano a lavorare e gli affidavano tranquilli la cura dei loro figli, ben sapendo che avrebbe garantito loro protezione e divertimento. Era geniale, creativo.

Durante l’avvento impiegava il tempo ad allestire presepi, poi a Pasqua, realizzava palme e aquiloni che coloravano le strade e il cielo di Aspra. I bambini erano trasportati ogni giorno in un’atmosfera di sogno e di incanto, di gioia e di magia. Era particolare anche nell’abbigliamento cui conferiva un tocco di classe, annodando al collo un fazzoletto rosso. Aveva un debole per i carabinieri, arma che ben riusciva, nel suo immaginario, ad incarnare correttezza e lealtà. Amava chiamarsi “masciarallo”. Una volta un ufficiale del luogo, sapendo di tale propensione, si recò con un collega a casa sua. Nino, incredulo, cominciò, rigido come un paladino, ad impartire odini ai due che stavano al suo gioco: -«Avanti marche .. fianc destr … fianc sinistr .. attent …-Eseguivano pedissequamente ogni comando e lui era felice in quell’atteggiamento da eterno giullare.

Fu sempre ossequioso con tutti, ma non capì mai cosa fosse il potere, non aveva bisogno di regole. Visse sempre in un mondo parallelo, giocondo, puro. Sarebbe stato bello almeno una volta nella vita, averlo potuto incontrare!

Se qualcuno volesse portare un fiore sulla sua lapide, troverebbe un libriccino di marmo con la dedica: “Al nostro caro zio maresciallo, grazie per averci donato tanto amore”.

Via Gabriele D'Annunzio, 99 - Aspra Bagheria PA

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